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Il futuro del suolo. L’editoriale di Cesare Feiffer.

Il futuro del suolo. L’editoriale di Cesare Feiffer.

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Fino a qualche anno fa, circa fino all’inizio della crisi, era usuale confrontarsi tra colleghi professionisti, docenti, operatori e tra coloro che vivono nel campo dell’architettura, sia parlata sia realizzata, sul futuro del nostro mestiere. L’idea più condivisa era quella di chi riteneva progressiva, inarrestabile e continua l’espansione dell’edilizia in tutte le sue forme, da quelle della nuova edilizia nelle aree agricole con agghiaccianti villettopoli a quella pietosa dei centri commerciali che costellano i principali nodi stradali, a quella delle aree industriali o artigianali, che con la legge Tremonti hanno visto il loro canto del cigno prima di estinguersi definitivamente.

Era un’idea di sviluppo infinito che dall’operatività si estendeva alla formazione universitaria ed era così radicata e così condivisa e così connaturata all’operare di ciascheduno che pareva non dovesse mai avere fine. Esisteva la certezza che il futuro sarebbe stato sempre così, consumando risorse finite per un tempo infinito.

L’opinione minoritaria era quella di coloro che ritenevano, già venti o trent’anni anni fa, che l’Italia fosse satura, già troppo intensamente costruita, e sostenevano in via teorica la necessità di rivedere le modalità di questo forsennato sviluppo (semmai la classe dirigente politica le avesse tracciate) e in linea pratica di limitare l’espansione edificativa e indirizzarla al riuso del patrimonio esistente anziché alla nuova costruzione. Non secondario era il riflesso che questo atteggiamento aveva nei confronti dell’ancora immatura cultura del paesaggio.

Si parlava per primi di risorse architettoniche e di risorse paesaggistiche, di necessità di un loro uso parsimonioso e attento in quanto elementi non riproducibili e soprattutto peribili, insistendo per una revisione profonda degli schemi mentali impressi a fuoco nella cultura dell’architetto, del costruttore o dell’amministratore pubblico. Trent’anni fa, l’uso del termine risorsa nei confronti del paesaggio o del costruito storico era di per sé significativo di una cultura, di un atteggiamento e di una diversa concezione dello sviluppo; esso comportava il rovesciamento radicale delle consuetudini e degli atteggiamenti non solo della professioni legate alle fasi del progetto e a quelle della realizzazione ma anche a quelle che riguardavano la filiera lunghissima del settore. […]

[L’editoriale del Direttore è pubblicato su rec134_giugno2016]

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