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Riscoprire la cura: un nuovo inizio. Il restauro timido di Marco Ermentini

Riscoprire la cura: un nuovo inizio. Il restauro timido di Marco Ermentini

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Proviamo a guardare cosa accade nelle nostre città, nel nostro paesaggio, pensandoci bene il disastro davanti ai nostri occhi è spesso un problema di mancanza di cura, d’incuria, di disamore. C’è un abitare indifferente alle cose e agli altri. La nostra condizione di fragilità necessita la cura. Rimettere la cura al centro del pensiero e dell’azione è fondamentale per noi. È un grande cambiamento: il progettista da guaritore miracoloso e frettoloso diviene curatore attento e paziente.


“Lo abbiamo visto tutti: la recente scomparsa di Zaha Hadid ha privato il palco mondiale di una vera protagonista. Le sue architetture atterravano come magnifici UFO sulle città della Terra con gesti decisi, fatati, epocali. Allo stesso modo sui media ogni nuovo restauro è celebrato (dallo sponsor) come un fulmine a ciel sereno che con una bacchetta magica risolve il problema della conservazione del patrimonio, un gesto definitivo, spettacolare e finale. Non c’è niente da fare: siamo costretti ancora a sorbirci il ritorno al primitivo splendore.
Pensandoci bene tutti questi stanchi riti ci confermano una limpida evidenza: siamo ossessionati dall’importanza del soggetto. Siamo così abituati all’individualismo illimitato che non percepiamo più nessun confine al nostro io. La modernità ci costringe ad agire con le sue patologie che provocano guai seri. L’uomo moderno non tollera alcun tipo di dipendenza, è proprio come accade nel noto spot televisivo di un profumo che è utilizzato dall’uomo che: “Non deve chiedere mai!”
Tuttavia la realtà non è così, nulla di più falso. Siamo tutti fragili, contaminati, vulnerabili. Pensiamo solo a quando nasciamo, senza la cura della madre non si può sopravvivere. Così, a ben vedere, siamo tutti dipendenti dagli altri, siamo tutti in debito gli uni con gli altri, non viviamo isolati, non siamo autosufficienti.
È proprio la nostra condizione di fragilità che necessita, di conseguenza, della cura. Curare vuole dire pre-occuparsi, porre attenzione; è una virtù spesso relegata nell’ambito femminile tuttavia è una caratteristica primaria dell’umano. Rimettere la cura al centro del pensiero e dell’azione è fondamentale per noi. Siamo tutti interdipendenti e questo fatto ci stimola a far diventare la fragilità una vera forza. È dunque necessario riscoprire, riabilitare la cura. Certo non è cosa da poco, si tratta di impostare una nuova filosofia del soggetto che abbandoni definitivamente il falso mito dell’autosufficienza. Si tratta di capire che la nostra vera condizione è di essere con l’altro, che vuole dire la capacità di sentire, di comprendere l’altro, di mettersi nei suoi panni. Così la cura si fonda sull’empatia (una caratteristica odiata dalla modernità). Senza empatia non c’è cura e la mancanza di cura ha provocato e provoca tanti danni (basta guardarsi intorno…). La cura è una pratica quotidiana, non si esaurisce in un singolo atto. Si tratta di essere capaci a sostare sulle cose, di essere sensibili ai dettagli, di dare importanza a ciò che appare secondario.” […]

[L‘articolo, a firma di Marco Ermentini, è pubblicato su rec133_maggio2016]
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