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Una maggiore attenzione alla città “che produce”

Una maggiore attenzione alla città “che produce”

Oggi le riflessioni sulle Smart city privilegiano il punto di vista degli abitanti e degli amministratori e tendono a ignorare la dimensione produttiva: la città che produce. La vera sfida futura è però capire come utilizzare la tecnologia anche per rendere le aziende che operano in città più efficaci e competitive: la città sta infatti diventando il cuore della nuova economia dei servizi e richiede nuove infrastrutture e potenti piattaforme per condividere la conoscenza.

Il modello prevalente di Smart City non tiene conto di una dimensione rilevantissima della città, che non è solo quella che viene amministrata e quella che consuma, ma quella che produce, sempre più importante perché il settore dei servizi “abita” prevalentemente in città. La vera sfida futura è dunque capire come utilizzare la tecnologia anche per rendere le aziende che operano in città più efficaci e competitive, cosa che al momento non avviene. La città sta infatti diventando il cuore della nuova economia e richiede nuove infrastrutture e nuove piattaforme di conoscenza: è infatti sempre più necessario un modo diverso e più corale di pensare il futuro dello spazio urbano, per ricostruire i tessuti economici, sociali e culturali delle città.
I filoni innovativi relativi alla componente produttiva della città italiana possono essere raccolti in cinque grandi ambiti:
– i centri storici e il turismo culturale
– i Distretti Urbani del Commercio
– l’ultimo miglio della produzione urbana: le nuove frontiere dell’artigianato
– il rapporto cibo–città e la “food infrastructure”
– la sfida del welfare urbano … e della social innovation
Vediamo in maggiore dettaglio i primi due filoni che – per rilevanza ed estensione – caratterizzando le città italiane, soprattutto quelle che possiedono un centro storico e interpretano l’esperienza turistica non come musealizzazione urbana ma come immersione nella vita di una città, attuale e vivace, ma densa di cultura e di tradizione. Una tradizione, dunque, che dialoga e si integra con l’innovazione e non si contrappone ad essa. […]

L’articolo, a firma di Andrea Granelli, è pubblicato su rec132_aprile2016
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